La settimana 5–9 gennaio 2026 fotografa un settore vitivinicolo italiano in trasformazione strutturale: da un lato la spinta delle bollicine e dei consumi “più leggeri”, dall’altro il peso crescente delle giacenze e la necessità di ripensare posizionamento, canali e modelli di relazione col consumatore. Il vino non “sparisce”: cambia linguaggio, ritmo e luoghi d’acquisto.
1) Bollicine: crescita di lungo periodo, ma con due avvertenze (prezzo e concorrenza)
Le previsioni riportate indicano un’espansione robusta del comparto sparkling nel prossimo decennio: mercato globale spumanti verso 59 miliardi di dollari entro il 2035 (da 46 mld nel 2025), con CAGR ~2,5%. La crescita è trainata soprattutto da:
- premiumizzazione (fasce medio-alte accessibili),
- aumento dei momenti conviviali/celebrativi,
- ampliamento di gamma e presenza nei canali retail e hospitality,
- capacità produttive in aumento per rispondere alla domanda di “qualità + esperienza”.
Driver di categoria: secondo l’impostazione riportata, la spinta maggiore arriverà dal Prosecco e, più in generale, dagli spumanti metodo Charmat/Martinotti (quota a valore intorno al 39%), favoriti da un posizionamento percepito “facile” e da un rapporto qualità-prezzo competitivo. Sul fronte gusti, prevalgono Brut/Extra Brut (circa 54%) e canale off-trade (supermercati/dettaglio) dominante (~74%).
Mercati più dinamici: USA, Messico, Germania, Francia, oltre a Corea del Sud, Regno Unito e Giappone.
Nota strategica per l’Italia: pur restando molto forte (quota indicata ~18,9% nel 2025), l’Italia potrebbe scendere leggermente entro il 2035 (~18,6%), segnale di concorrenza crescente e possibile impatto di vincoli normativi. Tradotto: la domanda cresce, ma la leadership non è “gratis”.
Il controcanto (importante): nella visione dei professionisti (es. Perazzo) emerge anche un rischio di speculazione/prezzi troppo tirati su alcune bollicine: se il prezzo percepito “scappa”, la categoria potrebbe perdere quella funzione quotidiana e conviviale che oggi la rende vincente.
2) Cantine piene: l’Italia regge, ma con un freno a mano tirato (giacenze in aumento)
Il dato più “pesante” della settimana è l’aumento delle scorte: al 30 novembre 2025 risultano 53,4 milioni di ettolitri di vino in giacenza (+8,6% su base annua), a cui si aggiungono 9,5 milioni di ettolitri di vino in fermentazione e 9,7 milioni di ettolitri di mosti. È una fotografia coerente con tre vendemmie molto diverse (2023 scarsa, 2024 più generosa, 2025 abbondante) e con un mercato che assorbe più lentamente (salutismo, difficoltà economiche, tensioni e dazi).
Top denominazioni per giacenze (trend principale):
- Prosecco DOC: 5,03 mln hl (+2,8%) e circa 11,6% del totale Dop/Igp in cantina.
- Tra le crescite più marcate nelle grandi: Igp Terre Siciliane (+31,3%), Doc Delle Venezie (+20,5%), Igp Toscana (+18,1%), Igp Veneto (+13,5%).
- Eccezione di rilievo: Igp Puglia in lieve calo (-0,7%).
Anche le “denominazioni gioiello” aumentano le scorte, con rialzi significativi (es. Franciacorta, Chianti Classico, Barolo, Brunello, Soave, Etna, Bolgheri). Caso eclatante: Rosso di Montalcino +62,8%, spiegato anche da ampliamenti di potenziale produttivo.
Interpretazione operativa: più scorte non significa automaticamente crisi, ma significa capitale immobilizzato, costi di conservazione, rischio di compressione prezzi e necessità di accelerare la rotazione. Il punto chiave emerso: “si beve meno” (o comunque in modo diverso), e restare fermi equivale a perdere margine e futuro.
3) Come berremo nel 2026: meno rituale, più funzione (e più territorio)
Dalle analisi e interviste citate emerge un cambio culturale netto:
- Autoctoni come certezza: non più curiosità, ma “nuova normalità” (anche varietà considerate minori tornano centrali).
- Secco e bevibilità: per consumo quotidiano/aperitivo/pasto si cercano vini più asciutti, freschi, dinamici, con dolci relegati a poche occasioni.
- Giovani adulti: meno e meglio: attenzione alla misura, più curiosità formativa (corsi, esperienze), più sensibilità al tema sostenibilità.
- Bianchi e rosati in crescita, rossi strutturati ancora presenti ma con una lettura più moderna (maggiore godibilità).
- Bollicine “lifestyle”: sempre più quotidiane e gastronomiche; tra i nomi che intercettano la tendenza, oltre al Prosecco, viene citato il Lambrusco secco come vino versatile, identitario e accessibile.
4) No/Low alcol: in Italia è ancora piccolo, ma la traiettoria è chiara
Il segmento “No e Low” in Italia viene indicato attorno all’1,8% dei consumi, mentre negli USA arriva a circa 7%: il gap segnala spazio potenziale di crescita. La settimana registra inoltre un passaggio istituzionale rilevante: via libera al decreto per la produzione italiana di vini dealcolati, con mercato globale Nolo indicato verso 3,3 miliardi di dollari nel 2028 (da 2,4 mld), crescita annuale ~8% a valore.
Implicazione concreta: per molte aziende non è “tradimento” del vino; è una linea di prodotto che risponde a nuove abitudini e può aiutare a riportare in contatto consumatori che altrimenti escono dalla categoria.
5) Canali: e-commerce stabile, ma DTC e abbonamenti (Wine Club) accelerano
Sul digitale, il quadro è meno “boom” e più maturità:
- l’e-commerce alcolici nel 2024 resta circa 3,5% del valore totale e si prevede 3,8% nel 2029; dopo la crescita Covid, c’è stata correzione e ora stabilizzazione con ritorno a crescita modesta (stima +3% a valore 2024–2029).
- la spesa resta prudente: molti consumatori danno priorità ai beni essenziali.
Il vero segnale di innovazione commerciale, però, è l’esplosione dei Wine Club:
- mercato stimato a 12,4 miliardi di dollari nel 2025 e crescita prevista CAGR ~9,7% fino a 31,4 mld nel 2035.
- la “magia” sta nella personalizzazione (algoritmi/AI), nella comodità e nella narrazione, con spinta forte del Direct-to-Consumer.
- paradosso interessante: nei wine club il rosso risulta ancora la tipologia più scelta (quota valore ~43,7%), segnale che il rosso non muore: cambia contesto e modalità di vendita/relazione.
6) Distribuzione e prezzo: la prossimità conta ancora (e il discount è ormai “normale”)
La classifica Altroconsumo citata evidenzia un mercato retail italiano dove la fiducia e la vicinanza restano decisive:
- la spesa online alimentare è ancora minoritaria (solo una quota ridotta la usa con frequenza settimanale),
- cresce il peso dei discount, percepiti sempre meno come “ripiego” e sempre più come canale stabile qualità-prezzo,
- le insegne locali ottengono spesso i giudizi più alti per relazione, familiarità e servizio.
Per il vino questo significa: scaffale e promozioni contano, ma vince chi sa governare rotazione, leggibilità dell’offerta e posizionamento senza svendere identità.
7) M&A beverage 2026: meno fuochi d’artificio, più consolidamento di qualità
Il 2025 viene descritto come anno di rallentamento nelle operazioni di M&A (più cautela, tempi di closing più lunghi), ma con valori complessivi “solidi”. Per il 2026 si prevede un ritorno moderato di dinamismo soprattutto nel mid-market, con focus su:
- premium e brand con potenziale internazionale,
- ready-to-drink, bevande funzionali, no/low,
- operazioni cross-border e ruolo rinnovato dei private equity.
Nel vino italiano, le operazioni restano più “locali” e di filiera; negli spirits il movimento è più vivace (razionalizzazioni di portafoglio e valorizzazione di marchi storici). Interessante anche la parte “acqua”: il mercato attende possibili scosse da operazioni corporate di grande scala.
8) Enoturismo: non è contorno, è una riga di conto economico
Dal Global Wine Tourism Report 2025 emerge un dato chiave: l’enoturismo vale mediamente il 25% dei ricavi delle cantine (e oltre in molte realtà extraeuropee). La maggioranza delle cantine offre esperienze (degustazioni, visite, vigneto), e molte prevedono investimenti futuri. Crescono richieste di autenticità, sostenibilità, gastronomia e storytelling.
Messaggio per il mercato italiano: se le giacenze salgono e i consumi cambiano, l’enoturismo non è “marketing”: è diversificazione e conversione (vendita diretta, club, contatti, fidelizzazione).
9) Contesto europeo: la Francia in difficoltà conferma che il cambiamento è sistemico
La crisi francese (vendite AOP nella GDO in calo nel lungo periodo) viene riportata come segnale che il problema non è “solo italiano”: nei mercati maturi, il vino a denominazione soffre se non trova nuove forme di valore percepito, canali e pricing coerenti.

