La settimana del 12–16 gennaio 2026 fotografa un’Italia del vino dentro una transizione ormai strutturale: da un lato la “locomotiva” Prosecco continua a macinare volumi e valore, dall’altro il sistema nel suo complesso deve gestire scorte alte, consumi più selettivi e un 2026 che premierà chi difende margini, canali e identità. In mezzo, si muovono tre leve decisive: export (con nuove opportunità ma anche regole più dure), riposizionamento verso il valore (non il volume) e adattamento industriale al clima.
1) Prosecco DOC: crescita, resilienza e spinta 2026 (Milano-Cortina come vetrina globale)
Il Prosecco DOC conferma il ruolo di traino del vino italiano: 667 milioni di bottiglie prodotte nel 2025 (+1,1% sul 2024), di cui 60,3 milioni Rosé (10% della categoria), per un valore complessivo di 3,6 miliardi di euro. La denominazione resta fortemente orientata all’estero: oltre l’82% export in 164 Paesi. La narrativa che vince è chiara: prodotto “facile” nel senso migliore del termine (piacevolezza, leggerezza, versatilità, accessibilità), supportato da una macchina consortile che lega il brand a eventi popolari e ad alta visibilità.
Nei mercati internazionali (gennaio–settembre 2025) emergono traiettorie differenziate:
- USA primo mercato (23,8% dell’export) e +8%, pur con volatilità legata ai dazi.
- UK +1,1%.
- Francia accelera e diventa terzo mercato con +21,1%, superando la Germania.
- Germania +3,1%.
- Segnali forti anche da mercati “meno ovvi” come Grecia (+22,4%) e Messico (+14,5%), mentre altri Paesi rallentano per ragioni economiche e geopolitiche.
Sul fronte promozione, il Consorzio indica campagne in 39 Paesi con 2,1 miliardi di impressions. Per il 2026 la carta simbolica è potente: Official Sparkling Wine Sponsor dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026, occasione per consolidare valore e posizionamento.
Due direttrici strategiche “da manuale” per il 2026:
- redditività di filiera (non solo crescita di volume);
- sostenibilità misurabile, con l’obiettivo della certificazione di Comunità Sostenibile secondo ISO 37101 e lo sviluppo di un Prosecco Low Alcohol (8–9 gradi), coerente con nuovi stili di consumo e consumo responsabile.
2) Mercato dei fine wines: Liv-ex Power 100 2025 e il ritorno della razionalità
Il Liv-ex Power 100 2025 indica un mercato dei vini pregiati che non “rimbalza”, ma si stabilizza: prezzi che sembrano aver trovato un pavimento, bid/offer più ordinati, maggiore interesse per brand solidi e correttamente prezzati. La domanda smette di chiedersi “quanto scende ancora?” e inizia a domandare “che cosa conviene comprare oggi?”, segnale di ritorno alla selettività.
Trend chiave:
- Bordeaux recupera centralità grazie a politiche prezzo più coerenti: Cheval Blanc conquista il n.1; Yquem resta in top ten; casi come La Conseillante mostrano quanto paghi una strategia di rilascio e posizionamento meno “speculativo”.
- Borgogna rimane dinamica ma più instabile (molti ingressi/uscite), con crescita di interesse verso fasce di prezzo più “bevibili” e meno estreme.
- Champagne vive uno dei migliori risultati: 9 marchi in classifica, con Krug come punta e nuovi ingressi come Selosse e Salon.
Italia: conferma la rilevanza ma con differenze interne nette. San Guido/Sassicaia vola (n.2 assoluto), rafforzando il ruolo dei Super Tuscan come “asset liquidi” del mercato secondario: immagine globale, qualità riconosciuta, volumi sufficienti e prezzi percepiti ancora ragionevoli. Più faticosi, invece, alcuni grandi nomi tradizionali legati alla forte dipendenza storica dagli USA (Chianti Classico e Brunello), pur con brand che resistono (Ornellaia, Masseto, Tignanello, Solaia e icone come Biondi-Santi/Soldera). Tradotto: nel fine wine si premiano coerenza di prezzo + liquidità + reputazione, non l’aura e basta.
3) 2026 del vino italiano: meno volumi, più valore (e scelte più nette)
Il messaggio strategico che attraversa tutti i contenuti della settimana è uno: il 2026 sarà un anno di maturità competitiva. Il mercato non premia più l’offerta indistinta; premia chi sa difendere margini, presidiare canali e sostenere un’identità credibile.
Driver principali:
- Domanda polarizzata in Italia: accessibilità e semplicità in GDO, mentre cresce la disponibilità a spendere per esperienze e vini “con un perché” quando qualità percepita, servizio e marca sono coerenti.
- Horeca ed enoturismo come piattaforme di fidelizzazione e relazione diretta (non solo ricavo).
- Export sempre baricentro, ma con “regole dure”: mercati maturi sensibili al prezzo; mercati emergenti che chiedono continuità e investimenti lunghi.
- Gestione finanziaria: magazzini gonfi e rotazioni lente impongono programmazione e, dove serve, aggregazione o accordi di filiera più stringenti.
- Vigneto come variabile industriale: gestione idrica, portinnesti, ombreggiamento, precision farming. La sostenibilità funziona solo se diventa beneficio misurabile, non greenwashing.
- Innovazione di prodotto e linguaggio: low/no-alcohol, nuove occasioni di consumo, DTC e digitale non come moda, ma come strumenti per intercettare generazioni diverse senza perdere autorevolezza.
4) Spirits: nel 2026 il Vermouth torna “protagonista” (e il gin rischia la selezione naturale)
Le previsioni di Proposta Vini collocano il beverage 2026 in un quadro di consolidamento: il vino cresce moderatamente, ma le dinamiche più vivaci sono negli spirits. La divisione Proposta Spirits chiude il 2025 con +34% vendite e indica nel Vermouth la grande scommessa 2026: ponte tra enologia e mixology, capace di parlare a pubblici diversi (tradizione per gli over 50, cocktail appeal per i giovani). Il gin resta centrale e cresce, ma mostra segnali di saturazione: troppi brand, possibile selezione verso chi sa raccontare territorio e fondamenta reali. Più complessa la fascia after dinner, penalizzata anche da clima normativo e mediatico sul consumo, mentre reggono i brown spirits (rum, whisky, brandy, cognac).
5) Export e politica commerciale: UE–Mercosur come opportunità “sbloccabile”
UIV valuta positivamente il via libera all’accordo UE–Mercosur: l’area sudamericana (oltre 250 milioni di consumatori) è vista come bacino potenzialmente ricettivo. Il punto economico è chiaro: oggi i dazi pesano fino al 27% sui vini fermi e 35% sugli spumanti verso il Brasile; la progressiva eliminazione in 8 anni potrebbe migliorare la competitività italiana. Il mercato brasiliano importa quasi 500 milioni di euro/anno di vino, ma l’Italia vale circa 40 milioni (8%): potenziale inespresso reale, da conquistare con strategia di marca, continuità distributiva e promozione.
6) Regole UE: “Pacchetto Vino” verso l’ok definitivo (misure anti-crisi e definizioni No-Lo)
La Commissione Agricoltura del Parlamento UE approva all’unanimità il testo del Pacchetto Vino UE (voto finale atteso in plenaria a febbraio). Obiettivo: sostenere un settore in difficoltà con interventi su riequilibrio produzione/domanda, resilienza climatica, etichettatura più semplice, enoturismo, definizioni per vini No-Lo, flessibilità export, fitopatie e opportunità per aromatizzati.
Punti di rilievo operativo:
- strumenti per gestire eccessi (anche estirpazioni);
- revisione decennale del regime autorizzazioni impianto;
- più fondi per investimenti legati al clima;
- etichettatura più snella;
- definizioni chiare: alcohol-free <0,5%, 0,0% <0,05%, reduced-alcohol con riduzione di almeno 30% rispetto allo standard;
- per export extra-UE, esenzione dall’obbligo ingredienti/valori nutrizionali previsti per il mercato interno (alleggerimento burocratico).
7) “Cantina Italia”: giacenze alte, pressione su prezzi e necessità di disciplina commerciale
Il dato più “pesante” per la gestione 2026 è quello delle scorte: al 31 dicembre 2025 le giacenze di vino arrivano a 59,5 milioni di ettolitri (+11,6% su fine novembre 2025 e +4,4% sul 31 dicembre 2024). A questi si aggiungono 7,7 milioni di ettolitri di mosti e 2,8 milioni di ettolitri di Vnaif. Le scorte sono concentrate al Nord (58,6%), soprattutto Veneto (27,3%). A livello di “tipologie”, il vino in giacenza è per 54,2% Dop, 26,4% Igp, 1,6% varietali, 17,9% altri vini.
Denominazioni con maggior peso in giacenza: il Prosecco Dop da solo vale 5,8 milioni di ettolitri (12,2%), seguito da Igp Puglia (2,0 mln hl), Igp Toscana (1,75), Doc Delle Venezie (1,72), Igp Terre Siciliane (1,71), Igp Veneto (1,6), Doc Sicilia (1,5), Igp Salento (1,4), Chianti Docg (1,39), Igp Rubicone (1,3). È il classico scenario in cui “fare vino” non basta: serve disciplina di canale, rotazione e politiche commerciali coerenti con l’inventario, altrimenti il magazzino diventa un freno finanziario.
8) Prezzi e consumo: Italia “più economica” d’Europa, ma non basta per far crescere i consumi
Uno studio Destatis segnala che l’Italia è il Paese UE con prezzi di vino/alcol più bassi (circa -19% sotto la media UE, ottobre 2025). Eppure, la questione non è solo prezzo: i consumi calano per dinamiche culturali, salutismo, concorrenza di altre bevande e trasformazione degli stili di vita. Il dato è utile perché smentisce l’idea semplicistica “aumenti il prezzo e scende il consumo” come unica leva: in mercati diversi i comportamenti non sono lineari.
9) Qualità-prezzo e reputazione: i segnali che il mercato vuole “vini credibili”
Due indicatori di reputazione chiudono il quadro:
- Wine Spectator Top 10 Values 2025: presenza italiana con etichette ad alto valore percepito a prezzo accessibile (es. Chianti Classico Tenuta di Arceno, Barbera d’Asti Michele Chiarlo), segnale che la fascia qualità-prezzo è un terreno strategico, soprattutto per mercati sensibili.
- BWW 2025: premi e classifiche internazionali (Petrus 2020 best wine; tra gli italiani citati Masseto 2020, Sassicaia 2021, Solaia 2020, Barolo Sperss 2018; Monteverro “Migliore Nuova Cantina”) rafforzano la narrativa: l’alto di gamma vive di reputazione, ma funziona quando resta sostenuto da coerenza e mercato.

