La settimana fotografa un settore che sta entrando in una fase di riassestamento duro: domanda più selettiva, stock elevati, pressione sui prezzi (anche nei “fine wines”), e una risposta istituzionale che prova a rimettere flessibilità dentro un sistema costruito per crescere “sempre”. Il messaggio di fondo è semplice e un po’ spietato: non basta più produrre bene, serve governare volumi, canali e posizionamento con disciplina industriale.
1) Shock “big player”: Treasury Wine Estates in frenata (segnale globale)
Il caso Treasury Wine Estates (TWE) è un campanello che suona forte perché riguarda un colosso con marchi premium e super-premium. Nel primo semestre dell’esercizio 2026 (chiuso al 31 dicembre 2025) TWE registra:
- reddito operativo a 236,4 mln AUD (-39,6%),
- ricavi netti a 1,3 mld AUD (-16%),
- perdita statutaria (Statutory NPAT) di 649,4 mln AUD,
- svalutazione di 770,5 mln AUD sulle attività USA (più alta delle attese).
La lettura strategica è netta: le tendenze negative in USA e Cina stanno colpendo anche chi era percepito “protetto” dal posizionamento. La risposta di TWE è un piano pluriennale (“TWE Ascent”) con obiettivo di 100 mln AUD/anno di riduzione costi e una revisione del portafoglio su tre direttrici: leadership nei rossi luxury, crescita dei bianchi premium, e spinta su low/no alcol e “modern refreshment”. Tradotto: il mercato sta premiando agilità e innovazione di gamma, non inerzia di reputazione.
2) Export UE: calo nei vini fermi in bottiglia, e i DOP pagano il conto più salato
Sul perimetro europeo, i dati (febbraio 2022 vs ottobre 2025) mostrano:
- export UE di vini fermi in bottiglia in valore -2,8%: da 16,1 a 15,7 mld € (circa -460 mln €).
- la parte più colpita sono i DOP imbottigliati: -424 mln € (quasi tutta la perdita complessiva).
- IGP imbottigliati: -71,8 mln € (-2,6%).
- senza indicazione: -15,8 mln € (-1,7%).
- unica crescita: varietali imbottigliati +51,7 mln € (+6,5%).
In volume, i DOP imbottigliati segnano -3,3 mln hl (-17,5%). Nonostante ciò, a ottobre 2025 valgono ancora il 71,9% del valore export UE (IGP 17,2%; resto 11%).
Messaggio: la “locomotiva” DOP resta centrale, ma è quella che sta soffrendo di più quando la domanda si restringe e diventa price-sensitive. Il mercato, in questa fase, sta mostrando più trazione sulle categorie percepite come più immediate, leggibili e flessibili.
3) Piemonte: “bolla” Barolo/Barbaresco e caduta prezzi uva (il premium non è immune)
Il focus più duro in Italia arriva dal Piemonte: consorzi e filiere descrivono una crisi paragonata (per gravità) al 2008, con cantine piene e domanda in calo. Alcuni dati chiave:
- consumo medio indicato in discesa a 20 litri/anno pro capite,
- stock Barolo: da 65 mln bottiglie (2019) a 74,9 mln (+15%),
- stock Barbaresco: da 19 mln a 21,8 mln (+14,7%),
- prezzi uve (Camera di Commercio di Cuneo): -32% Barolo, -24% Barbaresco, con cali importanti anche su Nebbiolo d’Alba/Langhe Nebbiolo e Barbera.
Nel dibattito emergono due linee: chi chiede misure straordinarie (distillazione dell’eccedenza, incentivi all’uscita) e chi legge la correzione come “necessaria” dopo anni di prezzi troppo tirati. Sullo sfondo, un rischio reputazionale: la compressione del valore del fine wine attraverso canali e politiche prezzo (GDO estera, private label) che possono erodere identità e pricing power.
4) Italia: certificazioni e mix prodotto (Valoritalia) confermano lo spostamento dei consumi
I numeri di Valoritalia (aggiornati al 31 dicembre 2025) descrivono un 2025 di consolidamento:
- imbottigliamenti certificati totali -2,1% vs 2024,
- DOC/DOCG +1%, IGT -12%,
- per tipologia: spumanti +1%, rosati +5,7%, bianchi fermi +2,7%, rossi -13%,
- export vino italiano (richiamo Nomisma Wine Monitor): circa -3% in valore nel 2025,
- GDO Italia: volumi -2,8%; fermi/frizzanti -3,8%, spumanti +3,1%.
Due note strutturali pesanti:
- fragilità delle micro-denominazioni (molte, piccole, più esposte alle oscillazioni),
- comparto molto frammentato: la maggioranza imbottiglia volumi piccoli, ma la concentrazione “in testa” resta rilevante.
5) Politiche e regole: UE “riprogetta” il settore (più flessibilità e meno attrito sull’export)
La riforma UE adottata dal Consiglio mira a rendere il settore più competitivo e resiliente:
- strumenti per riequilibrio domanda/offerta (anche estirpazione in caso di eccesso),
- diritti di impianto senza “scadenza secca”, ma con revisione decennale,
- sostegni clima fino a 80% dei costi ammissibili (mitigazione/adattamento),
- etichettatura più semplice e armonizzata, con spinta a digitale/pittogrammi,
- definizioni ufficiali per low/no alcol: “analcolico” <0,5%; “0,0%” <0,05%; “a ridotto tenore alcolico” per riduzioni significative,
- per l’export extra-UE: esenzione da ingredienti e dichiarazione nutrizionale (riduzione burocrazia),
- più supporto a enoturismo e difesa fitosanitaria (es. flavescenza dorata).
In parallelo, in Italia UIV segnala giacenze in crescita (61 mln hl vino, quasi 68 mln hl includendo mosti) e chiede di rendere più flessibile il potenziale produttivo con una revisione del Testo Unico.
6) Scenario internazionale: dazi, tagli e “distillazioni di crisi” (USA e Francia)
- Negli USA, l’analisi sui dazi descrive un anno di costi extra, export in difficoltà e ostilità commerciale, con impatti soprattutto su chi esportava e su chi dipende da forniture estere (bottiglie, barrique, macchinari). Anche dove le vendite tengono, spesso lo fanno con margini più bassi.
- Il gigante USA Gallo annuncia ulteriori chiusure e tagli (93 lavoratori coinvolti, effettivi dal 15 aprile) motivati da domanda in evoluzione e capacità disponibile.
- In Francia, arriva una misura esplicita da manuale di gestione eccedenze: 40 mln € per distillare 1,2 mln hl di rossi e rosati in surplus, per rimettere equilibrio prima della vendemmia 2026.
Il quadro internazionale converge: quando gli stock diventano un problema sistemico, le filiere passano da “marketing” a “chirurgia”.
7) Mercati e promozione: più squadra e più geografie (UK + emergenti)
Sul fronte commerciale, l’Italia spinge sull’idea di fare sistema: istituzioni e piattaforme (Vinitaly/Veronafiere e ICE/ITA) puntano a consolidare i mercati maturi e ad aprirne altri. In parallelo nasce/si rafforza una piattaforma come “Wine Experience” con road show 2026 che parte da Londra (26–27 aprile 2026) e guarda a mercati emergenti come Vietnam e Messico, con l’obiettivo di creare occasioni strutturate di promozione e matching.
8) Cultura-consumo: la frattura generazionale resta un tema reale (non morale)
Il dibattito sui giovani e sul vino, al netto delle provocazioni, riporta il settore a un punto di verità: i consumi cambiano per motivi sociali, salutistici e di stile di vita. Il vino deve quindi lavorare su occasioni d’uso, linguaggi, formati e prodotti (anche low/no), senza perdere identità ma smettendo di parlare solo a chi è già “convertito”.
La settimana 16–20 febbraio 2026 fotografa un settore che tiene nei volumi “certificati” di qualità, ma vive una tensione industriale crescente: domanda globale debole, export in rallentamento, prezzi dello sfuso sotto pressione e giacenze che continuano a salire nonostante una vendemmia 2025 “contenuta”. Il risultato è un’Italia del vino a due velocità: DOP, bianchi e spumanti più resilienti, mentre rossi e fasce “generiche/IGT” soffrono molto di più. Sullo sfondo, emerge un tema strutturale: frammentazione delle denominazioni e, contemporaneamente, maggiore concentrazione industriale nei volumi certificati.
1) Imbottigliamenti 2025: -2,1% complessivo, ma cresce la fascia DOP
I dati Valoritalia (aggiornati al 31 dicembre 2025) indicano una flessione complessiva del -2,1% rispetto al 2024 negli imbottigliamenti certificati. Il messaggio però non è “crollo”, ma assestamento: i volumi restano superiori al pre-Covid e la contrazione è definita contenuta.
Dentro quel -2,1% c’è la parte più interessante:
- DOC/DOCG: +1% (su base annua e rispetto alla media dell’ultimo triennio) → la qualità “organizzata” continua a fare da locomotiva, soprattutto per l’export.
- IGT: -12% sul 2024 (e -10% sulla media del triennio precedente) → arretramento netto della fascia più ampia e spesso più “commodity” o meno identitaria.
Lettura strategica: il mercato sta premiando identità, riconoscibilità e posizionamento, penalizzando ciò che è percepito come “intercambiabile”.
2) Cambia la domanda: bianchi, rosati e bollicine avanti; i rossi frenano forte
La spaccatura per tipologia è ormai strutturale e nel 2025 diventa ancora più evidente:
- Spumanti: +1%
- Rosati: +5,7%
- Bianchi fermi: +2,7%
- Rossi: oltre -13%
Cosa significa davvero: non è solo “moda”. È un cambio di consumi (Italia + mondo) verso vini più freschi, meno impegnativi, spesso più compatibili con nuovi momenti di consumo e con una sensibilità crescente su alcol, leggerezza e immediatezza. I territori storicamente legati ai rossi strutturati rischiano di pagare un doppio costo: domanda in calo + immobilizzo in stock.
3) Micro-denominazioni: tante sigle, poca massa critica (e più vulnerabilità)
La lettura per dimensione delle denominazioni è un punto chiave di questa settimana. Le micro-denominazioni (sotto 10.000 hl) sono:
- 70% delle DO certificate, ma
- solo 2% dei volumi imbottigliati, e nel 2025 fanno -7,2% (peggio della media).
Le dinamiche per fasce dimensionali mostrano che la massa critica conta:
- 10–20.000 hl: +3%
- 20–50.000 hl: -4,7%
- 50–150.000 hl: +4%
- oltre 150.000 hl: -2,7%
Diagnosi: le micro-DO fanno fatica a reggere oscillazioni di mercato, costi e complessità commerciale. Non basta avere una denominazione: serve una macchina (consorzio forte, programmazione, promozione, canali).
4) Struttura produttiva: iper-frammentata alla base, concentrata al vertice
I numeri confermano un settore fatto di tantissimi operatori piccoli e pochissimi grandi:
- oltre il 75% degli imbottigliatori certificati commercializza meno di 65.000 bottiglie
- solo 171 imprese (3,2%) superano 1,3 milioni di bottiglie
- i primi 5 operatori imbottigliano il 18% dei volumi totali certificati, pur essendo lo 0,1% in numero
Implicazione: la competizione non è più solo “prodotto vs prodotto”, ma sempre più sistema organizzato vs sistema frammentato. Chi è piccolo deve scegliere: o diventa ultra-specialistico e premium, oppure si aggrega (commercialmente o industrialmente).
5) Il grande nodo industriale: produzione stabile, ma giacenze in crescita
Qui c’è il “paradosso” che sta comprimendo margini e serenità finanziaria.
- Vendemmia 2025: 44,38 milioni hl (circa +0,7% sul 2024)
- Giacenze vino: 61 milioni hl (+6% annuo)
- Giacenze vino + mosti: quasi 68 milioni hl (+7,5%)
Secondo UIV, dopo due campagne poco sopra i 44 milioni hl, nemmeno questi volumi sono più sostenibili se la domanda non assorbe.
Dove si concentra l’eccedenza:
- vini comuni/varietali: +11,3%
- IGT bianchi: +10,5%
- DOP: +3,6% (più tenuta, ma comunque in aumento)
Effetto immediato sul mercato:
- uscite di cantina: -20% rispetto ai picchi del 2024
- prezzi dello sfuso: fiacchi, con i bianchi comuni oltre -10% in diverse aree
Traduzione brutale: più stock = più capitale fermo = più pressione su prezzi e liquidità, soprattutto per chi lavora su segmenti meno difesi da marca/denominazione.
6) Export e mercati: tenuta relativa, ma la direzione è ancora negativa
Il quadro estero resta complesso. Le analisi citate (Nomisma Wine Monitor) parlano di un -3% nel valore dell’export italiano, in un contesto dove altri competitor fanno peggio (Australia, Cile, Francia). È una “vittoria ai punti”, non un trionfo.
Sul fronte USA e tensioni commerciali, UIV segnala:
- spedizioni USA 2025 stimate -9% a valore
- extra-UE attorno a -6,5%
- molte aziende hanno ridotto i listini ~10% per difendere quote (margini sotto stress)
In parallelo, nel mercato degli alcolici USA il vino cala (-3,5%), mentre crescono forte i ready to drink (+16,4%), cioè prodotti più semplici, più economici e “immediati” nella fruizione.
Messaggio di fondo: non basta “esserci” nei mercati storici. Serve riallocare energie su mercati terzi, accordi commerciali (Mercosur/India) e un presidio più aggressivo e continuo delle piazze.
7) Dati, controllo e programmazione: TESSA e la nuova reportistica ai Consorzi
Un punto spesso sottovalutato, ma strategico: la qualità del dato diventa leva competitiva.
Valoritalia spinge la piattaforma TESSA (sviluppata con Microsoft) per elaborare i movimenti di oltre 90.000 imprese su 219 denominazioni certificate, e introduce una reportistica mensile per i Consorzi con indicatori su:
- campionamenti, imbottigliamenti
- vendite/trasferimenti di sfuso
- declassamenti/riclassificazioni
- parametri analitici, giacenze, volumi
- indicatori socioeconomici (soci/non soci, indici di concentrazione)
Perché conta: nel 2026 vince chi sa programmare (offerta, rese, scorte, canali) e non chi “subisce” il mercato.
Cosa ci dice davvero questa settimana (in una frase)
Il vino italiano entra nel 2026 con una filiera che regge sulla qualità organizzata, ma deve affrontare una sfida industriale non rinviabile: troppe scorte rispetto alla domanda, con la necessità di flessibilità produttiva, consolidamento organizzativo e riposizionamento commerciale.
Il passaggio tra fine 2025 e inizio 2026 fotografa un settore che non vive una “crisi di stagione”, ma un cambio di paradigma: consumi strutturalmente più bassi, pressione sui prezzi, GDO in contrazione, export più selettivo e un’unica categoria che continua a fare da locomotiva in modo evidente: le bollicine, soprattutto il Prosecco. Dentro questo quadro, il tema vero non è “quanto vino produciamo”, ma che valore riusciamo a difendere e costruire lungo la filiera (marchio, posizionamento, canali, sostenibilità reale, territorio).
1) 2025: “Prosecco, Prosecco e Prosecco”
Nel 2025 il Prosecco (Docg Conegliano Valdobbiadene, Asolo e Doc) ha performato meglio di molte altre tipologie italiane, anche di qualità, intercettando due forze di mercato che ormai contano più di tutto:
- bevibilità (profili più “easy”, freschi, immediati);
- grado alcolico più contenuto e percezione di leggerezza, in linea con tendenze salutistiche e nuovi stili di consumo.
Il Prosecco ha ancora margine di crescita internazionale, ma la tenuta del vantaggio competitivo non è automatica: richiede un salto di qualità nella governance territoriale e consortile. La criticità citata è molto concreta: la gestione dei vigneti nelle Rive del Conegliano Valdobbiadene, dove la sostenibilità (agronomica, paesaggistica, sociale) diventa un fattore di rischio reputazionale e produttivo. In altre parole: non basta vendere bene oggi; bisogna evitare che domani il territorio diventi il collo di bottiglia (anche sul fronte UNESCO).
2) Europa: la risposta “difensiva” (estirpi) non risolve il mercato
Il contesto europeo pesa come un macigno: dal 2000 i consumi di vino in Europa sono scesi del 35% e nel 2025 i consumi globali stimati arrivano a 214 milioni di ettolitri (minimo storico nel testo). Francia, Spagna e Italia producono ancora circa il 60% del vino mondiale, ma questo primato non è più sinonimo di forza: diventa un problema se la domanda non regge più i volumi.
Il piano UE descritto punta soprattutto sull’estirpazione permanente (riduzione strutturale dell’offerta). Il punto critico evidenziato è doppio:
- sul piano quantitativo è spesso insufficiente rispetto alle eccedenze;
- sul piano industriale è una misura tecnica, non una strategia.
La posizione riportata di UIV (Lamberto Frescobaldi) è netta: gli estirpi non risolvono l’Italia e possono creare rischio sociale e territoriale, soprattutto nelle aree collinari vocate (gestione del paesaggio, prevenzione dissesti). L’alternativa proposta è un “vigneto Italia a fisarmonica”, cioè più flessibile, con strumenti in grado di gestire eccedenze e annate scarse senza distruggere capitale produttivo e valore territoriale. Il messaggio di fondo: servono risorse per innovazione e promozione, non per incentivare l’uscita dal business.
3) Spumanti: record e centralità USA (ma cambia anche l’Italia)
Il dato più energico della settimana è quello sugli spumanti italiani: superata la soglia del miliardo di bottiglie (1,03 miliardi), con produzione 2025 in aumento (+1,8%) su un 2024 già record. Circa 7 su 10 vanno all’estero, confermando che le bollicine restano l’asset più difendibile del vino italiano sui mercati.
Gli Stati Uniti emergono come punto chiave: nella domanda di vino, le bollicine italiane diventano addirittura più rilevanti dei bianchi nella composizione del “vino italiano consumato” (nel testo: 37% spumanti, 36% bianchi, 17% rossi). È un indicatore strategico: lo spumante non è più solo “vino da festa”, ma entra nella quotidianità e nel posizionamento premium, competendo anche per identità, non solo per prezzo.
Interessante il cambio di passo interno: nel 2025 la crescita è sostenuta anche dalla domanda domestica (nel testo +5%), con oltre 106 milioni di bottiglie stappate durante le feste e calo delle importazioni di sparkling stranieri (–8%). Quindi: bollicine forti fuori, ma anche radicate in Italia, con una preferenza crescente per il Made in Italy.
Dentro questo quadro, il Prosecco (in particolare Conegliano Valdobbiadene) chiude con crescita a doppia cifra (+10% nel testo), mentre i metodo classico principali (Franciacorta, Trentodoc) crescono con continuità e le denominazioni di nicchia consolidano la presenza (Oltrepò Pavese, Alta Langa).
4) GDO: quinto anno consecutivo in calo, valore stabile solo grazie al prezzo
La grande distribuzione italiana resta il termometro della domanda “di massa”, e la diagnosi è chiara: volumi giù, valori quasi fermi. Nei primi 11 mesi 2025:
- venduti poco più di 552 milioni di litri (–3%);
- valore 2,05 miliardi (–0,4%);
- prezzo medio 3,72 €/litro (+2,7%).
La bottiglia 0,75 l regge meglio: volumi –1,8% ma valore +0,4% (prezzo medio 5,4 €/litro). La lettura strategica riportata è importante: non va interpretata come rassegnazione, ma come presa d’atto che i consumi si stanno assestando su livelli più bassi. Le cause: demografia (Italia più anziana), cautela di spesa, salutismo, concorrenza di alternative nel bicchiere e nei momenti di consumo. La conseguenza logica: per competere bisogna lavorare sulla catena del valore (posizionamento, brand, mix canali, differenziazione), non sperare in un ritorno ai volumi “di una volta”.
5) Export e mercati: segnali misti, pressione sul prezzo medio
Il Wine Monitor Nomisma riporta un quadro “in chiaroscuro” nei primi nove mesi 2025: alcuni mercati crescono a valore, altri arretrano. Per l’Italia il dato cruciale non è solo dove si cresce, ma come:
- Canada e Brasile risultano quelli con crescita sia a valore sia a volume (quindi espansione “sana”).
- Germania recupera a valore (con lieve flessione a volume), segnale di ripartenza dopo anni difficili.
- USA: import totale di imbottigliato cala a valore ma è stabile nei volumi; per l’Italia flessione più marcata a valore con crescita a volume, indicatore tipico di abbassamento del prezzo medio (pressione competitiva e, nel testo, effetto dazi).
Traduzione operativa: l’export resta decisivo, ma sempre più spesso si vince (o si sopravvive) con mix prodotto e pricing intelligenti, e con un lavoro chirurgico su canali e distributori. Non basta “esserci”: bisogna proteggere il valore.
6) 2026: parole chiave e direzione (Consorzio Italia del Vino)
Le parole chiave proposte dai vertici di alcune grandi realtà riassumono bene il clima: entusiasmo, bellezza, sperimentazione, stabilità, resilienza. In termini di mercato, significano una cosa molto concreta: continuare a investire anche in una fase complessa, ma spostando il baricentro su innovazione, identità, qualità percepita, comunicazione e solidità industriale.
La settimana 8–12 dicembre 2025 fotografa un vino italiano dentro una fase “a doppia velocità”: grande spinta reputazionale e culturale (con l’onda lunga del riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana), ma anche tensioni economiche reali su export e consumi. Nel mezzo, un vincitore piuttosto chiaro: bianchi e bollicine (con Prosecco locomotiva), sostenuti da nuovi stili di consumo più “quotidiani” e da target giovani. I rossi e le categorie più legate al consumo tradizionale soffrono di più, mentre il canale HoReCa si conferma un campo di battaglia dove la differenza la fanno posizionamento, partner distributivi e capacità di attivare il sell-out.
1) Unesco: la Cucina Italiana riconosciuta, il vino rivendica centralità (e valore economico)
Il riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana come Patrimonio Culturale Immateriale viene letto dal settore come un segnale “di energia” per ripartire in un momento complesso. Il messaggio chiave: il vino non è un accessorio, è parte strutturale della cultura della tavola italiana.
- Uiv (Frescobaldi/Castelletti) sottolinea l’impatto non solo simbolico ma anche industriale: il vino contribuisce a ricchezza e lavoro, con saldo commerciale estero attivo indicato attorno a 7,5 miliardi di euro/anno.
- Federvini interpreta il riconoscimento come premio a una cultura complessiva della convivialità, dove vini, spiriti e aceti sono pilastri identitari; e lo collega a nuove prospettive per valorizzazione del made in Italy e turismo enogastronomico.
- Città del Vino (oltre 500 comuni) ribadisce il legame tra produzione, cultura, sviluppo e identità territoriale.
- Veronafiere/Vinitaly aggancia il tema alla promozione internazionale tramite le proprie piattaforme (Vinitaly e “ecosistema” fieristico).
- Federdoc mette l’accento su una responsabilità aggiuntiva: protezione e promozione delle Denominazioni d’Origine come presidio di qualità, tracciabilità e sostenibilità.
- Fivi richiama la concretezza dietro il “patrimonio immateriale”: persone e territori, soprattutto aree interne, evitando “imbalsamazione” della tradizione e puntando su innovazione economica e sociale.
- Assoenologi valorizza l’unione cibo-vino come combinazione storicamente vincente, ora rafforzata da un riconoscimento globale.
Implicazione operativa: il riconoscimento diventa una leva narrativa e commerciale potente, ma funziona solo se tradotta in azioni (promozione, enoturismo, tutela DO, formazione, presidio territoriale).
2) Consumi: meno quantità, più selezione. Premiate freschezza e bevibilità
Sul mercato interno emerge un pattern netto: si beve meno spesso, l’acquisto domestico è più selettivo, crescono le “occasioni speciali” e vincono categorie percepite come più contemporanee. Il baricentro si sposta verso vini freschi, versatili e (in parte) meno alcolici, con una sensibilità crescente su benessere e stile di vita.
Nel racconto della settimana, questa trasformazione non è un crollo: è erosione costante dei consumi tradizionali, con redistribuzione della domanda verso segmenti più “facili da inserire” nella quotidianità.
3) Bollicine: resilienza strutturale e traino giovani. Prosecco protagonista globale
I dati e le analisi citate confermano che, pur in un 2024 difficile, lo spumante regge meglio dei vini fermi nei mercati chiave e intercetta fortemente Gen Z e Millennials: le bollicine escono dalla sola logica “celebrazione” e entrano in consumi informali.
Punti chiave emersi:
- Prosecco in crescita soprattutto in USA e Francia, più statico nel Regno Unito (segnali di “picco”).
- Champagne in difficoltà nei tre mercati: il posizionamento premium e i prezzi più alti lo rendono più vulnerabile in una fase di incertezza economica e “down-trading”.
- Si aprono spazi per categorie “di contorno” ma in ascesa: sparkling aromatizzati (USA), Crémant (Francia), English sparkling (UK), e cocktail/spritz come driver di occasione.
Lettura strategica: per crescere non basta “fare bollicine”, serve presidiare momenti di consumo (aperitivo, informalità, cocktail culture) e parlare il linguaggio dei target più giovani senza snaturare identità e qualità.
4) Export USA: campanello d’allarme forte (e da gestire senza panico)
Lamberto Frescobaldi (Uiv) porta un dato pesante: circa 110 milioni di euro persi in tre mesi sul mercato USA rispetto al pari periodo precedente. Il quadro descritto è quello di una domanda indebolita e di una distribuzione prudente:
- Export vino italiano negli USA: da +12,5% a valore nel primo trimestre (spinto dal frontloading pre-dazi) a -4% nei primi nove mesi, con -23% nell’ultimo trimestre.
- Prezzo medio in uscita dalla distribuzione americana in aumento a ottobre di circa +4/5 punti.
- Ordini retail per il periodo del Thanksgiving non “ripartiti” come atteso.
Implicazione operativa: la parola d’ordine è “gestione crisi”: diversificazione mercati, lavoro sulla rotazione a scaffale e sul valore percepito, evitando sia catastrofismi sia ottimismo di facciata.
5) Regole UE: “Pacchetto Vino” tra semplificazione e nuove categorie (No/Low alcol)
La settimana registra apprezzamento per l’accordo politico UE sul Pacchetto Vino, visto come passo verso maggiore chiarezza normativa e solidità per le imprese. Tra gli elementi evidenziati:
- Semplificazioni su etichettatura (inclusa spinta a simbolo armonizzato per accesso via QR).
- Maggiore continuità e accesso alle misure OCM.
- Promozione nei Paesi terzi con estensione fino a 9 anni dei programmi (stabilità progettuale).
- Riconoscimento dell’enoturismo come leva strategica.
- Chiarimenti sulle diciture per i dealcolati: “alcohol-free” con “0.0%” sotto soglia molto bassa; e “alcohol reduced” per prodotti sopra determinate soglie e con riduzione significativa rispetto alla categoria di partenza (con esclusione della dicitura “low alcohol”).
Implicazione operativa: la semplificazione può liberare energia (meno burocrazia, più programmazione), ma la partita vera sarà l’attuazione: uniformità, tempi e interpretazioni.
6) HoReCa Italia: mercato “in pareggio”, ma le bollicine fanno eccezione
Nel canale HoReCa il quadro è di rallentamento generale, con un settore che nel 2025 tende a chiudere vicino alla stabilità. Dentro questa situazione, però, le bollicine spiccano come segmento più dinamico.
Dati e indicazioni della settimana:
- Il vino vale circa 17% del fatturato dei distributori bevande; le bollicine pesano 33% delle vendite vino in HoReCa.
- Nel mondo bollicine, il Prosecco arriva al 47% delle vendite di categoria (quasi metà mercato).
- Segnali di difficoltà sulle bevande alcoliche (citati cali su vino e birra in alcuni periodi), con necessità di strategie mirate.
Linee strategiche suggerite dal contenuto:
- Abbandonare la logica del solo sell-in: serve far muovere il prodotto nel punto di consumo (sell-out, attivazioni, formazione).
- Scegliere con cura i partner distributivi (mercato estremamente eterogeneo per dimensioni, filosofia e incidenza del vino).
- Posizionamento chiaro (target e contesto d’uso), supporto alla rete, iniziative misurabili e benchmark.
7) Territori: il Collio come “case study” di tenuta dei bianchi
Tra le denominazioni, il Collio viene raccontato in ripartenza nonostante difficoltà (dazi e alluvione di novembre). Messaggio chiave: i bianchi tengono. Vengono citati:
- Vendite stabili sulle fasce di prezzo e mercati principali.
- Export USA dal Collio in calo indicativo attorno al 10%, giudicato assorbibile con diversificazione.
- Nord Europa positivo, Germania stagnante; Cina potenziale ma discontinua; Sud-Est asiatico interessante per abbinabilità gastronomica, ma richiede lavoro promozionale.
Implicazione operativa: la resilienza non è “automatica”: è frutto di portafoglio mercati, coerenza di posizionamento e investimento continuo nella domanda.
8) Outlook 2026: rimbalzo moderato possibile, trainato da bianchi e bollicine
La settimana chiude con un orizzonte 2026 più “respirabile”: inflazione in stabilizzazione e smaltimento giacenze in alcuni mercati aprono alla possibilità di un rimbalzo moderato della domanda, con motori principali bianchi e spumanti e una comunicazione più contemporanea capace di coinvolgere nuove fasce.
In parallelo, voci autorevoli (come Carlo Ferrini) invitano a tenere insieme realismo e fiducia: la crisi è multifattoriale (sovrapproduzione, prezzi, guerre, cambiamento generazionale), ma è anche una trasformazione che può essere governata.
Sintesi conclusiva
Nella settimana 8–12 dicembre 2025 il vino italiano vive un paradosso tipicamente italiano: massima forza culturale e identitaria (Unesco) mentre combatte una fase di mercato complessa (USA in frenata, consumi più selettivi). La traiettoria più chiara, però, emerge netta: premium accessibile, freschezza, bevibilità, bollicine e bianchi, con un lavoro più chirurgico su canali (HoReCa) e mercati (diversificazione export) e con regole UE che, se attuate bene, possono ridurre attriti e aumentare la capacità di investimento di filiera.
L’ultima settimana di novembre evidenzia un settore vitivinicolo inserito in un contesto agricolo e agroalimentare nazionale in forte crescita, trainato da qualità certificata, export dinamico e un’evoluzione significativa dei consumi. Il quadro restituisce un’Italia del vino solida, sempre più premium e al centro di filiere ad alto valore aggiunto.
Una Dop Economy da 21 miliardi: vino stabile, export in accelerazione
Il XXIII Rapporto Ismea–Qualivita conferma la forza delle produzioni certificate: la Dop Economy raggiunge 20,7 miliardi di euro nel 2024, +25% rispetto al 2020, con 328 Consorzi, 184mila operatori e una crescita occupazionale del +1,6%.
Il vino imbottigliato mantiene un valore stabile di 11 miliardi, mentre l’export complessivo Dop Igp tocca un nuovo massimo: 12,3 miliardi di euro (+8,2%), grazie ai record simultanei di cibo e vino.
Le zone più dinamiche sono Lombardia (+13%), Friuli Venezia Giulia (+8%) e Puglia (+12%). Veneto ed Emilia-Romagna restano gli epicentri del valore, con 8,9 miliardi complessivi.
Tra i vini a maggiore valore alla produzione spiccano:
- Prosecco Dop: 951 milioni (+0,5%)
- Delle Venezie Dop: 193 milioni (+9%)
- Conegliano Valdobbiadene-Prosecco Dop: 170 milioni (in lieve calo)
Export Made in Italy: vino protagonista della crescita
I dati Istat di settembre 2025 mostrano un commercio estero in espansione: +10,5% in valore, +7,9% in volume. Il food & beverage cresce del +6,9% nel mese e del +5% nei primi nove mesi dell’anno, confermandosi uno dei pilastri della bilancia commerciale italiana.
Il vino rimane una delle categorie più richieste nei mercati premium, soprattutto nei Paesi extra-UE. Performance eccezionali:
- Stati Uniti: +34,7%, trainati da vino e formaggi
- Francia: +19,5%
- Spagna: +14,7%
- Polonia: +15%
- Svizzera: +10,4%
- Paesi OPEC: +24,2%
La crescita si fonda su qualità certificata, identità territoriale, tracciabilità, filiere sostenibili e presenza strutturata sui mercati internazionali.
Agricoltura italiana: 44 miliardi di valore aggiunto
Il settore primario italiano registra un risultato storico: oltre 44 miliardi di euro di valore aggiunto, primo in Europa. Secondo AGEA e INPS, gli investimenti governativi – 15 miliardi – hanno rilanciato il comparto, sostenendo:
- recupero di 5 milioni di ettari di terreni abbandonati,
- ricambio generazionale,
- incremento della produttività e dell’occupazione.
Questa solidità agricola offre un terreno fertile per tutta la filiera vino, che beneficia di politiche orientate alla produzione, alla legalità e alla valorizzazione delle superfici coltivate.
Consumatori, bollicine e nuove culture del bere
L’analisi IULM fotografa un mercato del vino in piena trasformazione:
- L’Italia è il terzo Paese al mondo per consumo in valore.
- La crescita interna è trainata dalla ricerca di qualità: meno quantità, più valore.
- Il segmento sparkling continua a guidare la domanda: 3,1 miliardi di euro e 733 milioni di litri nel 2023, con una chiara dinamica di premiumizzazione.
- Champagne in calo (-8,4% globale), ma gli spumanti italiani confermano la leadership nazionale e internazionale.
- In aumento i segmenti low e no alcool (+5,9%), soprattutto tra i giovani consumatori.
La Gen Z spinge verso un approccio diverso al vino: più attenzione a sostenibilità, storytelling essenziale, occasioni di consumo leggere, formati innovativi e maggiore consapevolezza salutistica.
Conclusione: un settore solido che evolve verso qualità, sostenibilità e posizionamento premium
Il vino italiano chiude novembre 2025 con un quadro di forza strutturale: export in crescita, produzioni certificate che generano valore, un’agricoltura nazionale che investe e un mercato interno in trasformazione.
La direzione è chiara:
meno volumi, più valore; meno standardizzazione, più identità; meno tattica, più strategia di filiera.
Una tendenza che conferma il posizionamento del vino italiano come asset economico e culturale decisivo per il Made in Italy e come settore che richiede scelte industriali consapevoli, investimenti mirati e una visione strategica di lungo periodo.

