Il passaggio tra fine 2025 e inizio 2026 fotografa un settore che non vive una “crisi di stagione”, ma un cambio di paradigma: consumi strutturalmente più bassi, pressione sui prezzi, GDO in contrazione, export più selettivo e un’unica categoria che continua a fare da locomotiva in modo evidente: le bollicine, soprattutto il Prosecco. Dentro questo quadro, il tema vero non è “quanto vino produciamo”, ma che valore riusciamo a difendere e costruire lungo la filiera (marchio, posizionamento, canali, sostenibilità reale, territorio).
1) 2025: “Prosecco, Prosecco e Prosecco”
Nel 2025 il Prosecco (Docg Conegliano Valdobbiadene, Asolo e Doc) ha performato meglio di molte altre tipologie italiane, anche di qualità, intercettando due forze di mercato che ormai contano più di tutto:
- bevibilità (profili più “easy”, freschi, immediati);
- grado alcolico più contenuto e percezione di leggerezza, in linea con tendenze salutistiche e nuovi stili di consumo.
Il Prosecco ha ancora margine di crescita internazionale, ma la tenuta del vantaggio competitivo non è automatica: richiede un salto di qualità nella governance territoriale e consortile. La criticità citata è molto concreta: la gestione dei vigneti nelle Rive del Conegliano Valdobbiadene, dove la sostenibilità (agronomica, paesaggistica, sociale) diventa un fattore di rischio reputazionale e produttivo. In altre parole: non basta vendere bene oggi; bisogna evitare che domani il territorio diventi il collo di bottiglia (anche sul fronte UNESCO).
2) Europa: la risposta “difensiva” (estirpi) non risolve il mercato
Il contesto europeo pesa come un macigno: dal 2000 i consumi di vino in Europa sono scesi del 35% e nel 2025 i consumi globali stimati arrivano a 214 milioni di ettolitri (minimo storico nel testo). Francia, Spagna e Italia producono ancora circa il 60% del vino mondiale, ma questo primato non è più sinonimo di forza: diventa un problema se la domanda non regge più i volumi.
Il piano UE descritto punta soprattutto sull’estirpazione permanente (riduzione strutturale dell’offerta). Il punto critico evidenziato è doppio:
- sul piano quantitativo è spesso insufficiente rispetto alle eccedenze;
- sul piano industriale è una misura tecnica, non una strategia.
La posizione riportata di UIV (Lamberto Frescobaldi) è netta: gli estirpi non risolvono l’Italia e possono creare rischio sociale e territoriale, soprattutto nelle aree collinari vocate (gestione del paesaggio, prevenzione dissesti). L’alternativa proposta è un “vigneto Italia a fisarmonica”, cioè più flessibile, con strumenti in grado di gestire eccedenze e annate scarse senza distruggere capitale produttivo e valore territoriale. Il messaggio di fondo: servono risorse per innovazione e promozione, non per incentivare l’uscita dal business.
3) Spumanti: record e centralità USA (ma cambia anche l’Italia)
Il dato più energico della settimana è quello sugli spumanti italiani: superata la soglia del miliardo di bottiglie (1,03 miliardi), con produzione 2025 in aumento (+1,8%) su un 2024 già record. Circa 7 su 10 vanno all’estero, confermando che le bollicine restano l’asset più difendibile del vino italiano sui mercati.
Gli Stati Uniti emergono come punto chiave: nella domanda di vino, le bollicine italiane diventano addirittura più rilevanti dei bianchi nella composizione del “vino italiano consumato” (nel testo: 37% spumanti, 36% bianchi, 17% rossi). È un indicatore strategico: lo spumante non è più solo “vino da festa”, ma entra nella quotidianità e nel posizionamento premium, competendo anche per identità, non solo per prezzo.
Interessante il cambio di passo interno: nel 2025 la crescita è sostenuta anche dalla domanda domestica (nel testo +5%), con oltre 106 milioni di bottiglie stappate durante le feste e calo delle importazioni di sparkling stranieri (–8%). Quindi: bollicine forti fuori, ma anche radicate in Italia, con una preferenza crescente per il Made in Italy.
Dentro questo quadro, il Prosecco (in particolare Conegliano Valdobbiadene) chiude con crescita a doppia cifra (+10% nel testo), mentre i metodo classico principali (Franciacorta, Trentodoc) crescono con continuità e le denominazioni di nicchia consolidano la presenza (Oltrepò Pavese, Alta Langa).
4) GDO: quinto anno consecutivo in calo, valore stabile solo grazie al prezzo
La grande distribuzione italiana resta il termometro della domanda “di massa”, e la diagnosi è chiara: volumi giù, valori quasi fermi. Nei primi 11 mesi 2025:
- venduti poco più di 552 milioni di litri (–3%);
- valore 2,05 miliardi (–0,4%);
- prezzo medio 3,72 €/litro (+2,7%).
La bottiglia 0,75 l regge meglio: volumi –1,8% ma valore +0,4% (prezzo medio 5,4 €/litro). La lettura strategica riportata è importante: non va interpretata come rassegnazione, ma come presa d’atto che i consumi si stanno assestando su livelli più bassi. Le cause: demografia (Italia più anziana), cautela di spesa, salutismo, concorrenza di alternative nel bicchiere e nei momenti di consumo. La conseguenza logica: per competere bisogna lavorare sulla catena del valore (posizionamento, brand, mix canali, differenziazione), non sperare in un ritorno ai volumi “di una volta”.
5) Export e mercati: segnali misti, pressione sul prezzo medio
Il Wine Monitor Nomisma riporta un quadro “in chiaroscuro” nei primi nove mesi 2025: alcuni mercati crescono a valore, altri arretrano. Per l’Italia il dato cruciale non è solo dove si cresce, ma come:
- Canada e Brasile risultano quelli con crescita sia a valore sia a volume (quindi espansione “sana”).
- Germania recupera a valore (con lieve flessione a volume), segnale di ripartenza dopo anni difficili.
- USA: import totale di imbottigliato cala a valore ma è stabile nei volumi; per l’Italia flessione più marcata a valore con crescita a volume, indicatore tipico di abbassamento del prezzo medio (pressione competitiva e, nel testo, effetto dazi).
Traduzione operativa: l’export resta decisivo, ma sempre più spesso si vince (o si sopravvive) con mix prodotto e pricing intelligenti, e con un lavoro chirurgico su canali e distributori. Non basta “esserci”: bisogna proteggere il valore.
6) 2026: parole chiave e direzione (Consorzio Italia del Vino)
Le parole chiave proposte dai vertici di alcune grandi realtà riassumono bene il clima: entusiasmo, bellezza, sperimentazione, stabilità, resilienza. In termini di mercato, significano una cosa molto concreta: continuare a investire anche in una fase complessa, ma spostando il baricentro su innovazione, identità, qualità percepita, comunicazione e solidità industriale.

