I Veri EroiRimuovi il termine: Gli imprenditori italiani Gli imprenditori italianiRimuovi il termine: ogni giorno ogni giornoRimuovi il termine: tengono piedi il Paese tengono piedi il Paese

I Veri Eroi! Gli imprenditori italiani che ogni giorno tengono in piedi il Paese

Dietro il Made in Italy ci sono persone che rischiano capitale, patrimonio e futuro. Creano lavoro, pagano stipendi e imposte, affrontano burocrazia e mercati. Forse è arrivato il momento di smettere di considerarli il problema e iniziare a riconoscerli come una delle principali risorse dell’Italia.

Quando parliamo di Made in Italy, pensiamo immediatamente al vino, alla moda, al design, alla meccanica, all’agroalimentare, all’arredamento, alla tecnologia, al turismo e alle migliaia di prodotti italiani conosciuti in tutto il mondo.

Ma dietro ogni prodotto, dietro ogni marchio e dietro ogni azienda c’è quasi sempre qualcuno che, a un certo punto della propria vita, ha deciso di rischiare.

Un imprenditore.

Una persona che ha investito denaro, tempo, competenze e spesso una parte importante del proprio patrimonio personale per costruire qualcosa.

E allora vale la pena dirlo chiaramente:

I veri eroi dell’economia italiana sono anche i nostri imprenditori

Non perché siano tutti perfetti.

Non perché chi fa impresa debba essere considerato automaticamente migliore degli altri.

Ma perché senza qualcuno disposto a intraprendere, investire e rischiare non esiste economia reale capace di creare occupazione e ricchezza diffusa.

L’impresa non è un’entità astratta.

Dietro un’azienda ci sono persone.

C’è qualcuno che deve trovare clienti.

Qualcuno che deve investire.

Qualcuno che deve pagare fornitori, dipendenti, banche, energia, assicurazioni, consulenti e imposte.

Qualcuno che, quando arriva una crisi, non può semplicemente spegnere la luce e andarsene.

Deve trovare una soluzione.

Prima dello stipendio dell’imprenditore vengono molti altri stipendi

Questo è un aspetto che troppo spesso viene dimenticato.

Ogni mese l’imprenditore deve garantire gli stipendi dei propri collaboratori indipendentemente dal fatto che i clienti abbiano pagato puntualmente, che il mercato stia crescendo o che l’azienda abbia attraversato un mese difficile.

Un dipendente conosce normalmente il proprio stipendio.

L’imprenditore conosce soprattutto le scadenze.

E quando qualcosa va storto è frequentemente lui, insieme alla propria famiglia e ai soci, a sopportare per primo le conseguenze economiche.

Essere imprenditori significa convivere con il rischio.

Significa prendere decisioni oggi i cui risultati si vedranno magari fra tre o cinque anni.

Significa assumere persone senza avere la certezza assoluta che il mercato continuerà a crescere.

Significa acquistare macchinari, costruire stabilimenti, piantare vigneti, sviluppare prodotti, aprire mercati internazionali e investire nella propria azienda.

Senza imprese non esiste occupazione

È una realtà economica elementare, ma qualche volta sembra quasi dimenticata.

Lo Stato può creare occupazione pubblica.

Ma per finanziare servizi pubblici, sanità, scuola, infrastrutture, pensioni e pubblica amministrazione occorre prima che l’economia produca ricchezza.

E una parte fondamentale di questa ricchezza nasce dalle imprese e dalle persone che vi lavorano.

L’economia reale nasce quando qualcuno produce qualcosa che un’altra persona è disposta ad acquistare.

Un’impresa agricola produce.

Una cantina trasforma uva in vino e porta quel vino sui mercati internazionali.

Un’azienda meccanica costruisce componenti.

Un’impresa alimentare trasforma materie prime.

Un’impresa tecnologica sviluppa software.

Un’azienda manifatturiera esporta prodotti.

Un albergo porta turismo sul territorio.

Un’impresa familiare crea lavoro per generazioni.

È questa economia reale che permette al resto del sistema di funzionare.

Il Made in Italy non esisterebbe senza gli imprenditori

Quando celebriamo il Made in Italy dobbiamo ricordare chi lo ha costruito.

Non è nato dentro un ufficio ministeriale.

È nato nelle campagne, nelle officine, nelle botteghe, nelle cantine, nei laboratori e successivamente nelle fabbriche e nelle aziende.

È stato costruito da generazioni di imprenditori e lavoratori che hanno trasformato competenze locali in prodotti capaci di conquistare il mondo.

Pensiamo al vino italiano.

Dietro una bottiglia non esiste solamente il vino.

Esistono il viticoltore, la famiglia proprietaria, gli agronomi, gli enologi, gli operai agricoli, gli addetti alla cantina, gli amministrativi, i commerciali, gli agenti, i distributori, la logistica, il marketing e l’enoturismo.

Ma all’origine della catena economica deve esserci qualcuno disposto a investire e assumersi il rischio dell’impresa.

Lo stesso vale per la moda, la meccanica, il mobile, l’alimentare e praticamente ogni eccellenza italiana.

L’imprenditore non può essere considerato il colpevole di tutto

In Italia esiste da troppo tempo una rappresentazione culturale dell’imprenditore che meriterebbe di essere superata.

Se guadagna molto, viene guardato con sospetto.

Se l’azienda attraversa una crisi, viene accusato di aver sbagliato.

Se assume, deve affrontare responsabilità e adempimenti crescenti.

Se investe, incontra spesso procedure complesse.

Se vende l’azienda, qualcuno pensa che stia semplicemente “incassando”, dimenticando magari quarant’anni di lavoro necessari per costruirla.

Naturalmente esistono imprenditori eccellenti e imprenditori incapaci, esattamente come accade in qualsiasi categoria professionale.

Le responsabilità devono esistere.

Le regole devono essere rispettate.

I lavoratori devono essere tutelati.

Le imposte devono essere pagate.

Ma responsabilità non può significare trasformare chi crea impresa nel bersaglio permanente del sistema.

Tassazione e burocrazia: il problema non è soltanto quanto si paga

Un Paese moderno ha bisogno delle imposte.

Il problema nasce quando al peso fiscale si aggiungono complessità normativa, burocrazia, incertezza, tempi amministrativi e continui cambiamenti delle regole.

Per un’impresa il tempo è denaro.

Ogni ora utilizzata per comprendere una procedura che potrebbe essere semplice è un’ora sottratta ai clienti, ai prodotti, all’innovazione e allo sviluppo internazionale.

La vera domanda dovrebbe quindi essere:

quanto potrebbe crescere l’Italia se liberassimo una parte delle energie imprenditoriali oggi assorbite dalla burocrazia?

Dietro l’imprenditore c’è quasi sempre una famiglia

Questo aspetto è particolarmente evidente nel tessuto produttivo italiano.

Molte delle nostre aziende sono imprese familiari.

Significa che dietro una società esistono frequentemente generazioni della stessa famiglia.

Il fondatore.

I figli.

I nipoti.

Persone che hanno vissuto insieme periodi di crescita, crisi economiche, investimenti, debiti, esportazioni, acquisizioni e passaggi generazionali.

Quando un’impresa chiude non scompare solamente una partita IVA.

Scompare un patrimonio di conoscenze.

Si perdono competenze, relazioni commerciali, clienti, fornitori, posti di lavoro, esperienza e talvolta una parte dell’identità economica di un territorio.

Per questo salvaguardare le imprese sane dovrebbe essere considerato un interesse collettivo.

Premiare chi crea valore

Dobbiamo cambiare prospettiva.

Premiare l’imprenditore non significa necessariamente concedergli privilegi.

Significa creare condizioni nelle quali fare impresa sia conveniente, rispettato e possibile.

Significa semplificare veramente la burocrazia.

Rendere più prevedibile il sistema fiscale.

Favorire gli investimenti.

Facilitare l’accesso al capitale.

Sostenere l’internazionalizzazione.

Aiutare i passaggi generazionali.

Favorire aggregazioni e acquisizioni quando permettono di salvaguardare e sviluppare le aziende.

Rendere più semplice investire in innovazione, tecnologia e persone.

E soprattutto significa riconoscere culturalmente il valore di chi decide di intraprendere.

Senza imprenditori, chi crea il lavoro di domani?

Possiamo discutere di redistribuzione della ricchezza quanto vogliamo.

Ma prima di redistribuirla qualcuno deve crearla.

Ed è questo il punto centrale.

Non possiamo costruire una società che desidera più occupazione, salari migliori, servizi migliori e maggiore benessere e contemporaneamente considera con diffidenza chi investe per creare attività economiche.

Imprenditori e lavoratori non dovrebbero essere rappresentati come due eserciti contrapposti.

Sono parti dello stesso sistema.

L’impresa ha bisogno delle persone.

Le persone hanno bisogno di imprese sane, competitive e capaci di creare lavoro.

Quando un’azienda cresce, può assumere.

Quando esporta, porta ricchezza nel Paese.

Quando investe, crea attività economica per altre imprese.

Quando genera utili, può reinvestire.

Quando passa alla generazione successiva, conserva competenze e patrimonio produttivo.

Difendere gli imprenditori significa difendere il futuro dell’Italia

L’Italia possiede qualcosa che molti Paesi ci invidiano: una straordinaria cultura del fare.

Abbiamo migliaia di piccole e medie imprese capaci di competere con gruppi enormemente più grandi.

Abbiamo imprenditori che vendono vino, macchinari, mobili, alimenti, moda e tecnologia in tutto il mondo.

Abbiamo territori nei quali una filiera produttiva costruita in decenni rappresenta un patrimonio economico difficilmente replicabile.

Questo patrimonio non è eterno.

Se non viene protetto, valorizzato e tramandato può scomparire.

E una volta persa una cultura imprenditoriale, ricostruirla è enormemente più difficile che conservarla.

È arrivato il momento di dire grazie

Grazie all’imprenditore che apre l’azienda ogni mattina.

A quello che ha ipotecato qualcosa per finanziare un investimento.

A quello che durante una crisi ha rinunciato al proprio compenso per continuare a pagare i collaboratori.

A quello che esporta il Made in Italy.

A quello che ha ereditato l’impresa dei genitori e cerca di portarla nel futuro.

A quello che sta costruendo oggi un’azienda partendo da zero.

E grazie anche alle famiglie degli imprenditori, che molto spesso condividono rischi, sacrifici e responsabilità che dall’esterno nessuno vede.

Non chiedono medaglie.

Chiedono soprattutto di poter lavorare.

Forse dovremmo finalmente comprenderlo.

Un Paese che rispetta chi lavora deve rispettare anche chi crea le condizioni perché quel lavoro possa esistere.

Perché dietro ogni grande marchio italiano, dietro moltissime piccole aziende e dietro una parte fondamentale della nostra economia ci sono persone che hanno avuto il coraggio di rischiare.

Sono gli imprenditori italiani.

Trattiamoli come una risorsa da far crescere, non come un problema da combattere.

Perché difendere l’impresa italiana significa difendere lavoro, famiglie, territori, competenze e, soprattutto, il futuro economico del nostro Paese.