Un portale del network Wine Idea. Scopri il mondo Wine idea

Vendemmia 2026 in Italia: la siccità riduce i raccolti, ma sono le giacenze a preoccupare il vino italiano

Meno uva nei vigneti per caldo e stress idrico, mentre nelle cantine restano 42,6 milioni di ettolitri di vino. Export ancora negativo, prezzi sotto pressione e Consorzi costretti a ridurre le rese. Il paradosso della vendemmia 2026: per una parte del vino italiano produrre meno potrebbe aiutare a difendere valore e redditività.

La vendemmia 2026 in Italia si presenta con un paradosso che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato difficile persino immaginare: una produzione inferiore potrebbe rappresentare, almeno dal punto di vista economico, una notizia non del tutto negativa per il settore vitivinicolo.

La siccità, le alte temperature e lo stress idrico stanno incidendo sul peso delle uve e sulle rese in diversi territori. Ma il problema che preoccupa maggiormente produttori e cantine non sembra essere quanto vino riuscirà a produrre l’Italia nel 2026.

Il vero interrogativo è un altro: quanto vino è oggi in grado di assorbire il mercato?

Perché la nuova vendemmia arriva mentre le cantine italiane custodiscono ancora 42,6 milioni di ettolitri di vino, il 6,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, ai quali si aggiungono 3,1 milioni di ettolitri di mosti.

Contemporaneamente l’export resta in territorio negativo, i prezzi di numerose categorie sono sotto pressione e diverse denominazioni hanno già deciso di ridurre le rese.

La vendemmia 2026 rischia quindi di essere ricordata non tanto per la quantità raccolta, quanto per aver reso evidente una questione ormai strutturale del vino italiano:

non basta più produrre bene. Bisogna produrre ciò che il mercato è disposto ad acquistare e remunerare.

Una vendemmia anticipata dal caldo

La raccolta 2026 è partita in diverse zone italiane con circa 8-10 giorni di anticipo, soprattutto per le varietà precoci e per le basi destinate alla spumantizzazione.

Dalla Sicilia all’Oltrepò Pavese, dalla Franciacorta fino progressivamente alle altre aree vitivinicole, le temperature elevate hanno accelerato la maturazione.

Secondo le indicazioni emerse nelle prime settimane della raccolta, la qualità delle uve appare generalmente buona e in alcuni territori molto promettente.

È invece più difficile formulare una previsione quantitativa attendibile.

Proprio per questo Unione Italiana Vini, Assoenologi e Ismea hanno deciso nel 2026 di non presentare la tradizionale previsione nazionale della vendemmia, rinviando la valutazione ai dati consuntivi a raccolta conclusa.

Una decisione significativa, che invita alla prudenza di fronte alle stime quantitative che circolano in queste settimane.

Siccità e temperature elevate riducono il peso dei grappoli

Il problema principale nei vigneti è rappresentato dalla combinazione tra caldo e disponibilità idrica.

La siccità ha colpito in maniera differente le diverse regioni e persino territori molto vicini tra loro. Dove lo stress idrico è stato maggiore, la vite ha dovuto affrontare condizioni difficili proprio durante alcune fasi decisive della maturazione.

A questo si aggiungono temperature notturne elevate e, in alcune aree, uno scarso sbalzo termico tra giorno e notte.

Il risultato può essere una maggiore concentrazione degli acini, fenomeni di disidratazione e soprattutto una riduzione del peso medio dei grappoli.

In altre parole, vigneti apparentemente carichi possono restituire, al momento della raccolta, quantità inferiori alle aspettative.

La siccità contribuirà quindi probabilmente a contenere la produzione nazionale.

Ma potrebbe non essere sufficiente.

Ed è qui che nasce il vero paradosso della vendemmia 2026.

Il problema non è soltanto quanto raccogliamo, ma quanto vino abbiamo già in cantina

Per comprendere la situazione bisogna guardare oltre i vigneti.

Al 31 luglio 2026, secondo il report “Cantina Italia” dell’Icqrf, nelle cantine italiane erano presenti:

42,6 milioni di ettolitri di vino,
3,1 milioni di ettolitri di mosti,
oltre a circa 42.000 ettolitri di vino nuovo ancora in fermentazione.

Le sole giacenze di vino risultavano superiori del 6,9% rispetto al 31 luglio 2025.

È una massa enorme che deve essere progressivamente commercializzata proprio mentre nelle cantine entra il prodotto della nuova vendemmia.

Oltre la metà del vino stoccato è Dop e il 55,9% delle giacenze nazionali è concentrato nelle regioni settentrionali, con un peso particolarmente rilevante del Veneto.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto alcune produzioni marginali.

Coinvolge direttamente importanti territori e denominazioni del vino italiano.

Il Prosecco da solo rappresenta quasi un decimo delle scorte

Un dato aiuta a capire quanto la questione sia articolata.

Il Prosecco Doc rappresenta da solo il 9,4% delle giacenze censite, con circa 3,2 milioni di ettolitri. Seguono, tra le principali categorie presenti nelle cantine, Toscana e Puglia Igp, Chianti Docg, Montepulciano d’Abruzzo, Terre Siciliane Igp, Sicilia Doc, Salento Igp, Veneto Igp e Delle Venezie Doc.

Questo non significa automaticamente che tutte queste denominazioni siano in crisi commerciale.

Le giacenze devono essere lette in rapporto ai tempi di affinamento, alle dimensioni delle denominazioni e alla loro velocità di rotazione.

Ma il dato complessivo indica chiaramente che la nuova vendemmia entra in un sistema che dispone già di quantità molto importanti di prodotto.

E quando l’offerta cresce più velocemente della domanda, la conseguenza economica è inevitabile: aumenta la pressione sui prezzi.

Prezzi del vino sotto pressione

Il fenomeno è già visibile nel mercato dello sfuso.

Nei primi cinque mesi del 2026, secondo i dati dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini, i prezzi hanno registrato una flessione del 6% per i vini Dop, del 7% per gli Igp e del 14,4% per i vini comuni.

Ancora più significativo è il fenomeno dei declassamenti.

Una parte del vino viene riclassificata verso categorie commercialmente più facili da collocare: da Docg a Doc, da Doc a Igt o, in alcuni casi, verso il vino comune.

È una strategia che permette di liberare prodotto, ma presenta un costo evidente.

Si vende, ma si distrugge una parte del valore costruito dalla denominazione.

Ed è proprio questo uno dei rischi maggiori dell’attuale situazione.

Export 2026: qualche miglioramento, ma il segno resta negativo

Alla pressione delle giacenze si aggiunge un secondo elemento: la difficoltà dei mercati internazionali.

Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni italiane di vino hanno raggiunto circa 2,33 miliardi di euro, registrando una diminuzione del 6,8% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025.

Anche i volumi sono diminuiti, attestandosi a circa 640,7 milioni di litri, -3,7%.

Ci sono segnali di progressivo recupero rispetto al forte calo registrato all’inizio dell’anno, ma il quadro rimane complesso.

Particolarmente delicata resta la situazione degli Stati Uniti, primo mercato estero per il vino italiano, dove nei primi quattro mesi dell’anno il valore delle esportazioni risultava ancora in flessione del 15,4%.

Questo significa che la tradizionale valvola di sfogo rappresentata dall’export, almeno per il momento, non riesce ad assorbire completamente la pressione dell’offerta.

Il paradosso del viticoltore: sperare di raccogliere meno

È probabilmente questo l’aspetto più interessante della vendemmia 2026.

Per generazioni il raccolto abbondante è stato considerato sinonimo di prosperità.

Più quintali significavano maggiori ricavi potenziali.

Oggi questa equazione non è più necessariamente valida.

Se il mercato non riesce ad assorbire il prodotto, una maggiore produzione può trasformarsi in un problema: aumenta le scorte, riduce il potere contrattuale del produttore e comprime ulteriormente i prezzi.

Per questo la siccità produce un effetto apparentemente contraddittorio.

Da un punto di vista agricolo rappresenta certamente un problema.

Da quello economico, una riduzione moderata della produzione potrebbe contribuire ad alleggerire almeno parzialmente la pressione dell’offerta.

Ma affidare al clima il riequilibrio del mercato sarebbe evidentemente una strategia assurda.

Il settore deve intervenire prima.

I Consorzi iniziano a ridurre le rese

Ed è esattamente quello che sta accadendo.

In diverse denominazioni italiane sono state adottate misure per ridurre le rese, gestire le quantità rivendicabili o ricorrere allo stoccaggio, con l’obiettivo di riallineare l’offerta alla domanda.

Interventi sono stati adottati o discussi in importanti territori di Veneto, Toscana, Piemonte, Marche e Abruzzo, coinvolgendo denominazioni come Valpolicella, Delle Venezie, Barbera d’Asti, Langhe, Soave, Chianti, Chianti Classico e altre realtà.

Il principio economico è semplice:

meno quantità, maggiore possibilità di difendere il valore.

Ma anche questa soluzione presenta dei limiti.

Ridurre la resa di una singola denominazione non significa necessariamente eliminare quella quantità dal mercato.

Le uve possono infatti, quando consentito dalle regole produttive, essere destinate a categorie differenti.

Il rischio è quindi quello di spostare l’eccesso produttivo da una denominazione all’altra, senza risolvere realmente il problema complessivo.

Il vino italiano deve decidere quanto vuole produrre

La vendemmia 2026 porta quindi alla luce una questione che va ben oltre questa singola campagna.

Qual è oggi il livello produttivo sostenibile per il vino italiano?

Non soltanto dal punto di vista agronomico.

Dal punto di vista economico.

Per molti anni l’obiettivo è stato aumentare la produzione, conquistare nuovi mercati e incrementare l’export.

Quella fase ha contribuito enormemente al successo internazionale del vino italiano.

Oggi, però, il contesto sta cambiando.

I consumatori bevono mediamente meno vino, sono più selettivi, cresce l’attenzione al prezzo e cambiano occasioni e modalità di consumo.

Il mercato internazionale è inoltre diventato più competitivo e geopoliticamente meno prevedibile.

Continuare a ragionare esclusivamente in termini di ettolitri prodotti rischia quindi di diventare pericoloso.

Dalla quantità al valore

La questione centrale non dovrebbe essere semplicemente:

“Quanto vino produrrà l’Italia nel 2026?”

La domanda strategicamente più importante è:

“Quanto valore riuscirà a generare ogni bottiglia prodotta?”

È una differenza fondamentale.

Il futuro del vino italiano probabilmente non passa dalla conquista di nuovi record produttivi, ma dalla capacità di aumentare il valore medio della produzione.

Questo significa lavorare contemporaneamente su diversi fronti: posizionamento dei marchi, export più diversificato, vendita diretta, enoturismo, hospitality, nuovi consumatori, innovazione di prodotto e maggiore capacità commerciale delle aziende.

Significa soprattutto evitare che il vino diventi semplicemente una commodity agricola.

Perché l’Italia difficilmente potrà vincere la competizione internazionale sul prezzo.

Può invece continuare a vincerla su territorio, denominazione, qualità, storia, produttore e marca.

Cantine e vigneti: la redditività diventa la vera emergenza

Dietro i numeri della vendemmia esiste infine una questione ancora più importante: il reddito dei produttori.

Un vigneto può essere perfettamente curato, produrre uve eccellenti e trovarsi comunque in difficoltà economica se il prezzo riconosciuto non copre adeguatamente i costi di produzione.

Ed è questo il rischio che il settore deve evitare.

Perché una crisi prolungata della redditività non produce soltanto bilanci negativi.

Produce qualcosa di molto più difficile da recuperare:

l’abbandono dei vigneti.

Quando coltivare non è più economicamente sostenibile, soprattutto nelle aree più difficili e costose, il produttore prima riduce gli investimenti e successivamente può decidere di abbandonare.

A quel punto non perde soltanto l’impresa agricola.

Perde il territorio.

Vendemmia 2026: una possibile svolta per il vino italiano

La vendemmia 2026 potrebbe quindi diventare uno spartiacque.

La siccità probabilmente ridurrà le quantità in diversi territori. La qualità, almeno dalle prime indicazioni, appare invece promettente.

Ma il vero banco di prova arriverà dopo la raccolta.

Le giacenze elevate, la pressione sui prezzi, l’export ancora debole e il cambiamento dei consumi indicano che il settore non può più limitarsi ad aspettare che il mercato torni automaticamente ai vecchi equilibri.

Potrebbe essere necessario costruirne di nuovi.

Produrre meno dove il mercato non assorbe più le quantità.

Difendere le denominazioni evitando una spirale di declassamenti.

Investire maggiormente sui marchi e sulla commercializzazione.

Diversificare i mercati internazionali.

Rafforzare vendita diretta ed enoturismo.

E soprattutto tornare a considerare la redditività per ettaro e per bottiglia, e non soltanto gli ettolitri prodotti, come uno degli indicatori fondamentali della salute del settore.

Il vero messaggio della vendemmia 2026

Per decenni il vigneto italiano ha guardato al cielo sperando in una vendemmia abbondante.

Nel 2026 il paradosso è che, in alcune aree e per alcune produzioni, raccogliere qualche quintale in meno potrebbe aiutare il mercato più di qualche quintale in più.

Ma sarebbe un errore considerare la siccità come la soluzione di un problema economico.

Il clima può ridurre temporaneamente l’offerta.

Solo il mercato e le scelte della filiera possono ristabilire il valore.

Ed è probabilmente questa la vera sfida che la vendemmia 2026 consegna al vino italiano: non produrre semplicemente di più o di meno, ma produrre ciò che il mercato può assorbire, vendendolo al valore necessario a garantire un futuro ai vigneti, alle cantine e ai territori italiani.

Enoturismo: il vero motore della nuova crescita del vino italiano

Se il vino fosse davvero in crisi non assisteremmo al boom dell’enoturismo.

Eppure i numeri raccontano una storia diversa.

Secondo l’Osservatorio ilGolosario Wine Tour, analizzando circa 1.700 aziende italiane, oltre il 60% delle cantine registra un aumento delle vendite dirette grazie alle attività enoturistiche.

Si tratta di un dato enorme.

Significa che il vino non viene più acquistato soltanto sugli scaffali o attraverso distributori e importatori.

Sempre più spesso viene acquistato direttamente dove nasce.

Il consumatore moderno vuole vivere un’esperienza.

Vuole visitare i vigneti.

Vuole conoscere il produttore.

Vuole capire il territorio.

Vuole mangiare, degustare, fotografare e condividere.

L’82% dei visitatori sceglie infatti percorsi che combinano:

  • visita in cantina
  • degustazione
  • esperienza gastronomica
  • scoperta del territorio

Il vino diventa così parte integrante di un ecosistema turistico.

L’Italia possiede un vantaggio competitivo straordinario.

Nessun altro Paese può offrire contemporaneamente:

  • paesaggi unici
  • storia millenaria
  • un immenso patrimonio artistico
  • cucina regionale
  • centinaia di denominazioni
  • ospitalità diffusa

Molte cantine italiane stanno ancora sfruttando solo una parte di questo potenziale.

Ed è qui che si trova una delle principali opportunità di crescita del prossimo decennio.

Più che aumentare la produzione, occorre aumentare il valore dell’esperienza.

Chi visita una cantina spesso diventa un cliente fedele per anni… e questo vale molto più di una singola vendita.

Il 2025 inizia con il freno tirato per il comparto vinicolo italiano, che registra segnali poco rassicuranti sul fronte delle vendite nel canale off-trade, ovvero quello rappresentato dalla grande distribuzione. Secondo i dati illustrati da Circana durante la tavola rotonda “Vino e GDO” a Vinitaly, il primo trimestre dell’anno ha visto una flessione significativa: le vendite nella GDO hanno subito una contrazione del 4,5% nei volumi e del 2,7% nei ricavi rispetto allo stesso periodo del 2024.

Vino Italiano i dati dei mercati internazionali!

Questa tendenza negativa rappresenta un peggioramento rispetto alla fine del 2024, quando il settore aveva limitato i danni con un calo dello 0,7% nei volumi ma un incremento del 2,3% in valore. Il segnale è chiaro: l’interesse dei consumatori verso il vino nella grande distribuzione sta diminuendo, con conseguenze visibili sui numeri.

Spumanti e discount: i protagonisti controcorrente

In questo panorama grigio, alcuni segmenti brillano per resilienza. Gli spumanti, spinti in particolare dal successo del Prosecco, hanno chiuso il 2024 con una performance positiva: +4,2% in volume e +3,6% in valore. Un risultato che conferma la progressiva conquista di quote di mercato da parte delle bollicine italiane, ormai protagoniste stabili anche sulle tavole quotidiane.

Anche i discount mostrano una tenuta superiore alla media, sostenuti da politiche di prezzo competitive che attraggono i consumatori più attenti al portafoglio. Rispetto alla GDO tradizionale, queste catene sono riuscite a contenere meglio le perdite e a mantenere una buona attrattività.

Il sorpasso dei bianchi sui rossi è vicino

Un’altra dinamica interessante riguarda le preferenze enologiche degli italiani, sempre più orientati verso i vini bianchi. Nel 2024, i vini rossi fermi hanno subito una contrazione dell’1,3% in volume, mentre i bianchi hanno continuato la loro crescita, accorciando il divario tra le due categorie. Gli analisti prevedono che, se il trend continuerà, i bianchi potrebbero superare i rossi entro cinque anni.

Tra i nomi emergenti spiccano varietà come l’Inzolia siciliano e il Vermentino, che nel 2024 hanno registrato le crescite più significative a volume. Da segnalare anche l’ottima performance dei rosati, che hanno superato i 37 milioni di litri venduti, confermandosi un’alternativa sempre più apprezzata.

Mercati esteri in affanno: gli USA frenano

Le difficoltà del vino italiano non si fermano ai confini nazionali. Anche il mercato internazionale lancia segnali di allarme. Negli Stati Uniti, principale sbocco per l’export enologico tricolore, il primo trimestre del 2025 ha fatto segnare un calo del 9,9% nei volumi e del 10,5% in valore.

Anche se grandi denominazioni come Prosecco, Brunello di Montalcino e Barolo continuano a mantenere la loro rilevanza, il comparto nel suo insieme risente delle tensioni geopolitiche, dell’incertezza economica globale e di una crescente prudenza nei consumi. A complicare il quadro, si aggiunge la tendenza verso un consumo più moderato di alcolici, confermata da recenti studi internazionali come quello dell’IWSR, che evidenzia un cambiamento strutturale nelle abitudini dei consumatori.

Una filiera in evoluzione: tra sfide e nuove opportunità

Il mondo del vino italiano si trova dunque in una fase di profonda trasformazione, chiamato ad affrontare sfide complesse sia sul mercato interno che all’estero. Sarà fondamentale adattarsi rapidamente ai nuovi trend, come la crescita della domanda di vini bianchi e il consumo più responsabile.

Al tempo stesso, sarà cruciale rafforzare la presenza nei mercati emergenti e ripensare le strategie per reagire alle difficoltà nei contesti tradizionali. In questo scenario, gli elementi decisivi saranno innovazione, qualità e la capacità di intercettare i nuovi bisogni dei consumatori.

Il 2025 non si preannuncia facile per il vino italiano, ma con visione strategica e un forte impegno verso il cambiamento, il settore potrà trasformare la crisi in un’occasione di rilancio.

Il mercato del vino italiano sembra comportarsi sempre più come la borsa. Basta una qualsiasi indiscrezione su un presunto calo dei consumi, una minaccia normativa o addirittura la diffusione di un’ipotesi di problemi legati all’alcol per scatenare il panico tra i produttori e gli investitori del settore. Ma è davvero così drammatica la situazione? Oppure si tratta di una reazione emotiva, alimentata dalla paura di perdere quote di mercato e dai timori per gli investimenti effettuati?

Il vino italiano come la borsa: tra panico e opportunità di crescita!

Tra realtà e percezione: i produttori investono o si lamentano?

Negli ultimi anni, i produttori italiani di vino hanno affrontato grandi sfide, dalle difficoltà legate al cambiamento climatico alle nuove regolamentazioni in materia di etichettatura e consumo consapevole. Di fronte a queste problematiche, alcune aziende hanno investito massicciamente per migliorare la qualità e la sostenibilità dei loro prodotti, mentre altre sembrano reagire con un atteggiamento più difensivo, lamentandosi delle difficoltà senza necessariamente affrontarle con strategie proattive.

Un elemento chiave è capire se il panico che talvolta emerge sia davvero giustificato oppure se faccia parte di un’abitudine consolidata del settore: quella di lamentarsi per prassi, anche quando gli utili restano consistenti. Infatti, ci sono grandi produttori che continuano a macinare milioni di euro di fatturato ogni anno, ma che non mancano di evidenziare le difficoltà quando le cose non vanno esattamente come previsto. Al contrario, i piccoli produttori, spesso più esposti alle fluttuazioni del mercato, tendono a subire maggiormente gli effetti di crisi o di cambiamenti normativi.

Investire in nuovi mercati e tecnologie: la strategia vincente

Se il mercato del vino italiano vuole mantenere la sua posizione di leadership a livello internazionale, è necessario un cambio di prospettiva: invece di lasciarsi travolgere dal panico, occorre investire in nuove opportunità. Due direzioni sono fondamentali per il futuro del settore:

  1. Espansione verso nuovi mercati: il mercato europeo, pur rimanendo centrale, sta diventando sempre più complesso a causa delle restrizioni normative e dei cambiamenti nelle abitudini di consumo. Guardare a mercati emergenti come Asia, Africa e America Latina potrebbe rappresentare una scelta strategica per mantenere alto il livello delle esportazioni. In questi mercati, il vino italiano è ancora percepito come un prodotto di lusso e di alta qualità, offrendo margini di crescita interessanti.
  2. Innovazione tecnologica e digitale: l’adozione di tecnologie avanzate può portare un enorme vantaggio competitivo. Dalla blockchain per la tracciabilità dei prodotti, alla viticoltura di precisione con l’uso di droni e sensori, fino all’implementazione di strategie di marketing digitale per raggiungere un pubblico più vasto. La digitalizzazione del settore potrebbe rappresentare un punto di svolta per migliorare la produzione e la distribuzione, ridurre gli sprechi e garantire un rapporto più diretto con i consumatori.

Formazione: il fattore chiave per il successo futuro

Per poter affrontare con successo queste nuove sfide, è essenziale un’adeguata formazione sia per i grandi produttori sia per le piccole aziende vinicole. Comprendere le dinamiche dei mercati internazionali, padroneggiare le nuove tecnologie e adattarsi rapidamente ai cambiamenti sono competenze fondamentali per restare competitivi.

Le istituzioni, le associazioni di settore e le aziende stesse dovrebbero investire in programmi di formazione e aggiornamento continuo per i produttori. In questo modo, si può garantire che anche le piccole realtà abbiano accesso agli strumenti necessari per crescere e competere con i grandi gruppi, senza dover dipendere esclusivamente dalle fluttuazioni del mercato.

Conclusione: trasformare il panico in opportunità

Il mercato del vino italiano deve imparare a reagire alle sfide in modo meno emotivo e più strategico. Anziché cadere nella trappola del panico di fronte a ogni indiscrezione negativa, è il momento di sfruttare le opportunità offerte dai nuovi mercati e dalle innovazioni tecnologiche.

Lamentarsi senza agire non porterà a nulla. Investire nella formazione, nell’innovazione e nell’espansione internazionale, invece, permetterà al settore di crescere e prosperare, mantenendo il vino italiano ai vertici del panorama mondiale.

Il futuro è nelle mani di chi saprà cogliere le sfide e trasformarle in opportunità concrete.

REMINDER: GLI STATI UNITI AI RAGGI X.

Reminder Webinar – USA: vino italiano nelle depletion dei distributori

Ricordiamo che lunedì 15 gennaio 2024 è in programma il webinar gratuito di presentazione del ciclo di incontri sul reale posizionamento dei vini italiani ricavato dalle depletion dei distributori USA (base dati SipSource-WSWA).

Il webinar offrirà un’anteprima dei temi e dei dati che verranno approfonditi dall’Osservatorio del Vino durante i 6 seminari in programma da gennaio a marzo 2024, per capire le dinamiche del mercato USA e confrontarsi sulle possibili evoluzioni future. Inoltre, in collaborazione con il Servizio Giuridico UIV, una preview delle ultime novità sul fronte legislativo.

 Temi trattati: 

  • Overview del mercato USA: canali distributivi (off e on-premise) e vendite per aree (North-East, Midwest, South, West), posizionamenti di prezzo per prodotto.
    Date previste: 22 e 29 gennaio 2024.
  • Overview quadro normativo export USA grazie al contributo del Servizio Giuridico UIV. Date previste: 22 gennaio 2024.
  • Focus: posizionamento dei vini italiani – Pinot grigio italiano e Pinot gris – Prosecco.
    Date previste: 19 e 26 febbraio – 18 e 25 marzo 2024.

Lunedì 15 gennaio 2024 ore: 10:30 – 12
Piattaforma: Microsoft Teams
SAVE THE DATE!

Iscriviti:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfV_9u3hYFqJqKYoboa7jcHZXiiVbIEjYsGS3OHQKn7MkroEw/viewform

Style Selector
Select the layout
Choose the theme
Preset colors
No Preset
Select the pattern